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EMERGENZA EMIGRAZIONE, SE LA BAT E «MAGLIA NERA»

“Lo spazio dedicato dalle pagine della Gazzetta del Mezzogiorno al Rapporto SVIMEZ 2019, che ha messo in evidenza le grandi difficoltà dell’economia meridionale e l’emergenza emigrazione, ha suscitato notevole interesse. Nei giorni a seguire il mio intervento sul tema dell’emergenza emigrazione nella provincia di Barletta, Andria, Trani, apparso su queste pagine il 12 agosto scorso, vi sono state diverse testimonianze che aprono nuove sollecitazioni di analisi. Lo stesso 12 agosto vi sono state alcune importanti testimonianze. Dall’insieme di queste testimonianze emergono due diversi tipi di riflessioni. Da una parte, la partenza di giovani talentuosi, verso luoghi per lo più stranieri dove esprimere al meglio il proprio talento e fare esperienze internazionali, che è un aspetto assolutamente positivo di crescita personae. Dall’altra, le analisi della SVIMEZ mettono in evidenza che quello che non può essere accettato è il fenomeno dell’emigrazione di massa verso il Centro-Nord e sempre più verso l’estero, qual è quello a cui si sta assistendo nel Mezzogiorno, perché rappresenta un depauperamento di intelligenze dei territori meridionali, pregiudicandone così lo sviluppo futuro. La situazione nella BAT, oggetto del mio intervento del 12 agosto, ha messo in evidenza che l’emergenza emigrazione nella BAT è ancora più grave di quella del Mezzogiorno.

QUALE MODELLO? -Due degli interventi ospitati dalla Gazzetta hanno, in particolare, attirato la mia attenzione per ulteriori riflessioni sulla situazione pugliese, che ovviamente condiziona anche quella della BAT. Si tratta degli interventi di Alessandro Ricchiuti di Confindustria Bari-BAT (Gazzetta del 12 agosto) e di Sabino Zinni Consigliere Regionale (Gazzetta del 18 agosto). Da questi due interventi emerge una lettura diversa della situazione pugliese: da una parte Ricchiuti, che mostra una serie di dati critici da cui emergerebbe una vera “implosione sociale ed economica della Puglia”; dall’altra Zinni, che pur condividendo le preoccupazioni derivanti dal Rapporto SVIMEZ, intravede nella crescita economica della Puglia nel 2018, superiore a quella del Mezzogiorno (+1,3% contro +0,6%), un fattore che alla Pugliapermette di perdere meno cittadini rispetto ad altre regioni del Mezzogiorno, grazie anche agli incentivi regionali verso le giovani imprese e all’attrattività che siamo riusciti a costruire” e tale da proporre la Puglia come un modello. Quello che emerge, in sintesi, è un quadro alquanto critico dell’economia pugliese, anche se non mancano risultati positivi in alcuni campi delle politiche regionali, che tuttavia non lasciano intravvedere cambiamenti strutturali tali da far fare uno scatto in avanti all’economia pugliese, in termini permanenti e non congiunturali.

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CRESCITA DIFFICILE -Da un punto di vista dell’analisi dell’economia politica, per delineare e valutare un modello di sviluppo successo, non è possibile tener conto del solo tasso di crescita del prodotto interno lordo, cioè del PIL, per altro riferito a un solo anno. Se guardiamo ai tassi di crescita del PIL nella serie storica dal 2000 al 2017, considerando il PIL non in termini nominali, ma in termini reali, quindi al netto dell’inflazione, vediamo che la Puglia per otto anni ha registrato un tasso di crescita sopra quello del Mezzogiorno, ma per nove anni ha registrato un tasso di crescita sotto quello del Mezzogiorno. Nel complesso, tra il 2000 e il 2017 il tasso di crescita del PIL reale della Puglia, in media annua, è stato negativo (-0,34%), sostanzialmente in linea con quello del Mezzogiorno (-0,37%).

EMORRAGIA-EMIGRAZIONE -E’ vero che negli anni più recenti, a partire dal 2014, il tasso di crescita dell’economia pugliese è andato complessivamente meglio di quello del Mezzogiorno (+0,75% contro +0,46% in media annua), ma questo relativo miglioramento non ha affatto rallentato l’emigrazione e la perdita di popolazione. Proprio nel 2018 la Puglia ha registrato il peggior tasso del saldo migratorio totale dal 2010 (-2,2%) e il tasso di variazione totale della popolazione è stato pari a -4,7%. Il tasso di variazione della popolazione pugliese nel periodo 2015-2018 è stato pari a -3,7% in media annua, sostanzialmente pari a quello del Mezzogiorno.

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I PRECARI -Nel 2018 l’occupazione in Puglia è stata pari a 1.220 mila unità contro 1.229 mila unità nel 2000. Il recupero degli anni più recenti, dopo l’ultima recessione del 2012-2013, non è stato ancora tale da riportare il livello di occupazione al periodo pre-crisi del 2008, quando aveva raggiunto 1.278 mila unità. Rispetto al 2008 la perdita di occupazione in Puglia è stata pari al -4,5%, più pesante rispetto alla perdita registrata a livello dell’intero del Mezzogiorno, pari a -4%. Ma i dati più eclatanti riguardano la qualità dell’occupazione: in Puglia la perdita di occupazione a tempo pieno è stata più forte rispetto a quanto registrato dall’intero Mezzogiorno, rispettivamente -11,3% e -10%; la crescita dell’occupazione a tempo parziale è stata in Puglia significativamente maggiore di quella del Mezzogiorno, +46,9% contro +37,7%. Si tratta, nell’insieme, di un quadro del mercato del lavoro per il Mezzogiorno e, in particolare, per la Puglia, che evidenzia un forte deterioramento della qualità dell’occupazione rispetto alle dinamiche del Centro Nord, dove la perdita di occupazione a tempo pieno è stata più attenuata, così come più attenuato è stato l’incremento di occupazione a tempo parziale.

Tra gli indicatori più importanti per valutare lo stato di salute di un’economia c’è quello della produttività del lavoro, che indica la quantità di prodotto interno lordo per occupato. Questo indicatore evidenzia che tutta l’economia italiana almeno dal 2000 non se la sta passando bene, in quanto la produttività è andata progressivamente calando. Nemmeno la grande recessione del 2009 ha prodotto uno scatto di reazione, poiché il trend negativo ha continuato la sua marcia. A questo proposito, i dati che qui più interessano sono quelli del Mezzogiorno che restano più bassi rispetto al Centro Nord e quelli della Puglia che restano anche più bassi rispetto a quelli del Mezzogiorno. Insomma, questo importante indicatore ci dice che l’economia della Puglia, in un quadro economico meridionale in difficoltà, è tra le economie più fragili.

ESPORTAZIONI GIÙAnche il quadro evolutivo dell’export pugliese si presenta problematico. Considerando i dati delle esportazioni dal 2000 al 2018, in valori reali, quindi al netto dell’inflazione, la Puglia registra una crescita impercettibile (+0,07% in media annua) contro un significativo +1,57% del Mezzogiorno e un +1,82% dell’Italia. Se poi consideriamo, in termini più significativi la dinamica dell’export a seguito della grande recessione del 2009, la dinamica dell’export pugliese è negativa (-0,30% in media annua tra il 2008 e il 2018) a fronte di una dinamica lievemente positiva del Mezzogiorno (+0,15%) e di una vero boom dell’export del Centro Nord (+1,29% nel Nord e +2,44 nel Centro), un boom che si è soprattutto rafforzato negli anni più recenti. Insomma, se l’economia del Centro Nord ha trovato la forza di reagire alla grande recessione del 2009, cercando nuovi sbocchi sui mercati internazionali, quella del Mezzogiorno e maggiormente quella della Puglia hanno patito la loro difficoltà competitiva sui mercati internazionali, limitandosi a cogliere le scarse opportunità di crescita derivante dalla domanda interna.

I FONDI EUROPEI E NAZIONALI -Altro aspetto rilevante è quello degli incentivi. Attualmente la programmazione regionale si fonda quasi totalmente sui Fondi Strutturali e d’Investimento Europei, cosiddetti Fondi SIE, e sulle risorse del Fondo per lo Sviluppo e la Coesione, cosiddetto FSC. Tali fondi, europei e nazionali, sono programmati su base pluriennale e l’attuale ciclo di programmazione è quello che va dal 2014 al 2020. Le risorse programmate per tale periodo (Fondi SIE e FSC) ammontano per l’intera Italia a circa 130 miliardi di euro, compresa una piccola quota di cofinanziamento regionale. Anche la Regione Puglia per le proprie politiche di sviluppo accede a tali risorse, che in linea di massima rispondono a obiettivi fissati a livello europeo. A valere su tali fondi, a esclusione delle risorse gestite dal Governo nazionale, la Puglia è destinataria per il periodo 2014-2020 di risorse specifiche pari a 10,8 miliardi di euro, che coprono un ampio ventaglio di settori in relazione agli 11 obiettivi tematici di sviluppo fissati in sede europea.

Allo stato attuale non vi è un quadro unitario di attuazione delle suddette risorse (Fondi SIE e FSC), ma guardando ai soli fondi europei, il cui ammontare è quello più cospicuo, pari a oltre 75 miliardi di euro, è possibile vedere che i fondi assegnati alla Puglia, pari a 8,7 miliardi di euro, risultano spesi nella misura del 20,37%, dato rilevato dall’Agenzia per la Coesione Territoriale e dal Dipartimento per le politiche di Coesione della Presidenza del Consiglio, nel Rapporto del’11 luglio scorso con riferimento alla data del 30 aprile scorso E’ un dato più o meno in linea con i target di spesa annuali della programmazione 2014-2020, ma ciò che qui rileva è che si tratta di una delle performance di spesa più bassa tra quelle delle regioni meridionali, seconda solo a quella della Campania, che ha fatto registrare il 20,35% di spesa. Per altro il livello di spesa del Regioni meridionali (22,63%) è risultato molto più basso rispetto a quello delle Regioni settentrionali (35,52%) e a quello medio nazionale (24,97%), quest’ultimo comprensivo dei fondi gestiti direttamente dalle Amministrazioni Centrali dello Stato.

Occorre, per la verità, considerare che, come l’esperienza insegna, non sempre una buona performance di spesa è sinonimo di un buon impatto della spesa sull’economia e sulla qualità dello sviluppo, ma viste le dinamiche strutturali dell’economia pugliese che qui abbiamo esaminato è difficile pensare che la Puglia brilli nel panorama delle regioni meridionali. Altro discorso è guardare a singoli progetti di sviluppo di alta qualità che hanno visto la luce o che vedranno la luce grazie ai fondi europei e nazionali e alle risorse di cofinanziamento investite dalla Regione e dagli altri enti e privati destinatari di tali fondi. Anche in Puglia si contano tanti progetti di successo, di cui si è parlato sulla stampa regionale e su quella nazionale (p.e. nel campo della ricerca, dell’istruzione, dell’innovazione tecnologica, ecc…), ma si tratta di progetti il cui impatto sull’economia e sulla società pugliesi non sembra tale da determinare uno scatto in più nelle dinamiche della crescita e dello sviluppo regionale. Questo è un punto che la Puglia si porta dietro dai precedenti cicli di programmazione, a partire almeno dagli anni ’90 scorsi. Quindi, non è un punto addebitabile all’attuale governo e amministrazione regionali, ma un punto che pone il grande tema della strategia di lungo periodo e della qualità delle politiche di sviluppo regionali. Questo, purtroppo, non è un tema della sola Puglia, ma di tutto il Mezzogiorno.

LE PROSPETTIVE DEL TURISMORispetto a un quadro complessivo dell’economia pugliese alquanto critico, uno dei campi in cui la Puglia ha raccolto buoni risultati negli anni scorsi è quello del turismo. Nell’ultimo ventennio il flusso turistico verso la Puglia si è più che raddoppiato, passando da 7,134 milioni di presenze nel 1998 a 15,197 milioni nel 2018, con un tasso di crescita pari a + 113%, contro tassi di crescita più modesti nel Mezzogiorno (+45%) e in Italia (+43,2%). La Puglia si è dunque affermata fra le mete emergenti nel panorama turistico italiano, ma non solo. Se guardiamo ai flussi turistici nel contesto delle regioni europee mediterranee, la Puglia risulta fra le regioni con le migliori performance di crescita. Infatti, fra il 2000 e il 2018 la Puglia ha registrato un tasso di crescita pari a +75,6%, contro +44,9% del complesso delle regioni euro-mediterranee.

Emanuele Daluiso* – La Gazzetta del Mezzogiorno Nord Barese

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TripAdvisor casta la città con pareri al vetriolo diventati atti di accusa contro operatori turistici e amministratori. «Cittadini di Gravina: svegliaaaa! – si intitola l’ultima recensione in ordine cronologico -. Ma come si fa con un tale patrimonio storico, lasciare che la città rimanga in stato di abbandono: strade e vicoli sporchi, case diroccate nei rioni antichi di Piaggio e Fondovito, la chiesa rupestre di San Michele con sterco e muffe, spazzatura nel parco archeologico di Botromagno. La rete di promozione turistica è inefficiente il confronto con la vicina Matera è impietoso. I siti storici meritevoli dovrebbero essere valorizzati e raccontati, invece l’incuria delle amministrazioni è evidente, e manca completamente il senso dell’accoglienza».

E non è l‘unica critica: «Ho sentito tanto parlare di questa città, la Matera della Puglia, ma trovo solo desolazione e silenzio. Non un bar aperto, chiese, ufficio turistico, niente di niente. Una città che offre solo tristezza». A fine agosto un altra nota: «Siamo rimasti un po’ delusi nel visitare questa città che ha molto potenziale ma non viene valorizzata e curata. Siamo arrivati nel primo pomeriggio abbiamo trovato quasi tutto chiuso tranne il bar gelateria di fronte la bella cattedrale che non abbiamo potuto visitare perché chiusa. Vicoli sporchi, case che sembrano abbandonate e decadenti. Peccato davvero».

Un concentrato di «pessime figure», che hanno fatto arrabbiare il primo cittadino Alesio Valente. «Come al solito, la colpa di ciò che non va è sempre e solo del sindaco – ha chiosato sul suo profilo facebook -. In ogni caso sono andato a cercare su Tripadvisor quello che si dice su Gravina, e ho trovato il bilancio delle recensioni sulla nostra città: in stragrande maggioranza buone. O eccellenti. Solo 13 pessime o scarse. E mi son detto: è vero, c’è tanto da fare, ma abbiamo fatto tanto ed abbiamo gente che lavora con sacrificio ed ingegno. Dobbiamo sostenere i buoni esempi ed impegnarci tutti a fare di più e meglio».”

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LUCERA, CAMBIA LA GESTIONE DEL CANILE

“I dati del 2018 dicono che sono più di 420 i cani mantenuti dal Comune in tre strutture, e a spulciare tra determine, liquidazioni e mandati di pagamento, l’ammontare speso da Palazzo Mozzagrugno supera i 180 mila euro all’anno per il solo cibo e assistenza (con costi variabili a seconda del canile), cui si aggiungono 14 mila euro per spese sanitarie (suddivisi equamente tra compenso al veterinario presente ogni giorno e acquisto farmaci) e altri 25 mila per il solo ritiro e smaltimento delle deiezioni degli animali. Il totale supera i 220 mila euro.

Numeri, ci e situazioni che si innestano in una novità andata in vigore dal 1° agosto, giorno in cui il canile di Lucera ha cambiato gestione, passando dall’Associazione Empatia all’Associazione Nogra di Torremaggiore. Il subentro è stata motivato dalla richiesta da parte del precedente sodalizio, ma non accolta dal Comune, di aumentare i costi di custodia in Viale Ovidio da 93 centesimi a 1,5 euro per cane per giorno. Nello stesso tempo erano già note e reiterate fin dall’anno scorso le lamentele di Empatia, con espressa volontà di lasciare il servizio. La struttura da gennaio 2016 è stata per due anni sotto sequestro giudiziario per gravi carenze tecniche e di agibilità e quindi rappresenta solo una location transitoria in attesa del trasferimento degli animali in luoghi più idonei e già da diversi mesi la maggior parte dei cani è ricoverata proprio a Torremaggiore e a San Marco in Lamis (quest’ultimo gestito sempre da Empatia).

L’obiettivo è quindi lo svuotamento dei box in zona Macello ora abitati da un centinaio di cani, mentre non sono stati registrati passi concreti circa la ristrutturazione del fabbricato esistente o la realizzazione di uno nuovo per la cura e gestione dei tanti animali “lucerini” il cui mantenimento comporta costi esorbitanti. Il passaggio delle consegne è almeno avvenuto a costi invariati per l’ente.”

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“No, i sono precedenti ai giorni che stiamo vivendo né a quelli che li hanno immediatamente preceduti. Nella storia della Repubblica non ci sono momenti segnati da un’alleanza così innaturale come quella fra M5S e Lega, e poi dal suo scomposto implodere. Né si era mai visto un vicepremier chiedere «pieni poteri» a future urne mostrando al tempo stesso un colossale disprezzo della Costituzione e una totale ignoranza istituzionale. Siamo davvero al Big Bang del sistema politico italiano, come ha scritto Ezio Mauro, e guardare all’indietro ci fa comprendere quanto sia profondo il fossato da colmare.

Non troveremmo certo qualche precedente nella storia della “prima Repubblica” (un dì vituperata e oggi molto rimpianta), scandita dal confrontarsi e dallo scontrarsi di solide culture politiche. Aveva radici qui il succedersi delle sue principali stagioni — centrismo, centrosinistra, “solidarietà nazionale“, pentapartito-, e questo stesso succedersi segnalava la tensione fra l’evoluzione e l’involuzione del nostro sistema politico e della nostra società. Gli stessi momenti “anomali” ponevano in luce i momenti di frizione più gravi, e talora drammatici, all’interno di questo percorso. Si pensi ai tentativi di impedire l’avvio del centrosinistra (in particolare con il governo Tambroni, sostenuto dai neofascisti, nel 1960) o di minarlo poi in profondità: dal “rumor di sciabole” del generale De Lorenzo nell’estate del 1964 alla “strategia della tensione” inaugurata cinquant’anni fa dalla strage di piazza Fontana (e sull’onda di quella torbida pressione il centrosinistra lasciò per breve tempo il campo a un centrodestra andreottiano).

Solo culture politiche solide permisero alla Repubblica di resistere ad attacchi gravissimi e talora “oscuri” (ma spesso chiarissimi nelle loro radici interne e internazionali). E le permisero di dare risposte alte alla propria crisi quando, fra il 1992 e il 1994, il vecchio sistema dei partiti affondò: si ricordino i governi guidati allora da Giuliano Amato e da Carlo Azeglio Ciampi. È questa storia che oggi è drammaticamente assente, senza eredi possibili e senza più la capacità di parlare al nostro presente. Certo, ad essa diede i primi colpi di piccone l’irrompere del populismo berlusconiano e di una più generale “destra smoderata” ma i contorni delle differenti e opposte parti erano comunque riconoscibili. Le “anomalie” che pur vi furono, anche in questo caso, segnalarono soprattutto l’incerto avvio della nuova fase (nacque allora il governo Dini) o il suo declino, con l’assoluta necessità di portare in salvo un Paese messo a rischio dall’irresponsabilità del centrodestra berlusconian-leghista (nacque così il governo Monti).

Venne poi la “non vittoria” bersaniana, con l’incapacità del centrosinistra di ripensarsi e di rifondarsi. E venne l’irrompere di un M5S che voleva «aprire il parlamento come una scatoletta di tonno» e che è stato messo a nudo nella sua pochezza (“aperto“, se volete) dal primo demagogo di destra che si è trovato sulla strada. Uno scenario davvero senza precedenti, e guardare all’indietro ci fa comprendere quanto sia profondo il processo di rifondazione del sistema politico e del Paese che oggi è necessario: in un panorama ancora segnato in tutta Europa dagli sconvolgimenti indotti dalla crisi internazionale del 2008 e messo sempre più a rischio da differenti ma convergenti pulsioni sovraniste e illiberali.

Ha ragione Romano Prodi, per opporsi a derive così gravi e così inedite sono necessari “congressi” reali, processi reali di rifondazione della politica. È francamente impensabile che possa accadere nel mondo a 5 Stelle, e sono flebili le speranze che possa realmente avvenire in un Pd privo da tempo di un progetto di futuro. Un Pd che da un lato annuncia una “Costituente delle idee” sin qui impalpabile e dall’altro si avvita in antiche e nuove divisioni interne. La divinità acceca chi vuol mandare in rovina, certo, ma la rovina oggi riguarda tutti noi.”

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“Sei città del barese – Mola di Bari, Noicattaro, Toritto, Adelfia, Altamura e Acquavivariscoprono alcuni beni culturali, considerati autentici luoghi identitari, però sconosciuti ai più ed esclusi dai tour. Si tratta di palazzi storici, ipogei, siti archeologici e rupestri che grazie ai progetti di sei istituti scolastici e ad un finanziamento regionale (bando «Luoghi identitari della Puglia» sostenuto con Fesr-Fondi europei per lo sviluppo regionale) potranno essere riaperti al pubblico e ospitare attività di laboratorio e semplici escursioni.

A Mola verrà aperto al pubblico l’«Ipogeo delle quattro fontane» in via Regina Margherita, in centro. E’ uno dei tanti presenti nella città sotterranea, destinati alla lavorazione delle olive con macine e torchi, noto come «Le quattro fontane», per la presenza di una fontana a quattro bocche. Altri si trovano in via Principe Amedeo, via Vittorio Emanuele, piazza dei Mille, via Cesare Battisti, nei sotterranei del Castello Angioino. Secondo gli storici, questi ipogei erano collegati da cunicoli, ora inaccessibili perchè interrotti a dalla installazione delle reti idriche e fognarie. Il progetto di valorizzazione è stato proposto dal liceo «Da Vinci-Maiorana».

Ad Adelfia, porta la firma dell’Istituto comprensivo «Aldo Moro-Giovanni Falcone» la proposta di valorizzazione della Torre di difesa di origine normanna, simbolo di Canneto, costruita nel dodicesimo secolo che dà l’accesso ad un tunnel sotterraneo lungo un chilometro. Mentre a Toritto (proposto dall’Istituto comprensivo «San Giovanni Bosco – Alessandro Manzoni») l’intervento «identitario» riguarda il monumento ai Caduti della Prima guerra mondiale in piazza Moro. Acquaviva delle Fonti (proposta dell’Istituto «Colamonico-Chiarulli») punta su Palazzo De Mari, storica sede municipale ed edificio feudale appartenuto ai nobili di origini napoletani De Mari, costruito nel Seicento su un Castello Normanno.

Altamura (proposto dal Liceo Cagnazzi) potrà invece valorizzare il Convitto Cagnazzi, ex Convento di San Domenico, che nella proposta progettuale potrà essere trasformato in museo-laboratorio dedicato alla ricca e preziosa collezione di pezzi e attrezzature dello storico laboratorio scientifico di proprietà della scuola: un luogo storico, culturale e identitario di grande valore per la comunità di Altamura, della Murgia e per la Puglia e propone, in particolare, l’allestimento, in questi ambienti, di un’esposizione permanente della straordinaria raccolta che annovera circa 400 antichi strumenti scientifici, conservati nel Cagnazzi fin dalla sua fondazione (fine del XVIII secolo) e in parte attualmente ancora utilizzati per l’attività didattica. Mentre a

Noicattaro (proposto dall’Istituto comprensivo «Antonio Gramsci – Nicola Pende») si punta sulla Galleria civica d’arte moderna e contemporanea ospitata nel Palazzo della Cultura che ospita la Sala Pende, la Sala artisti nojani e la sala dedicata a Dyalma Stultus. Recentemente è stata creata una sezione museale, con varie teche, per accogliere reperti archeologici: vasi, armature, di bronzo, lamine finemente lavorate e preziosi oggetti di oreficeria di inestimabile valore storico-artistico rinvenute in numerose tombe, risalenti al VI sec. a.C., di necropoli peucete in agro nojano nelle contrade Cipierno, Trisorio e Calcàro. Famoso è il cinturone in bronzo con la quadriga in corsa. Attualmente questi reperti sono conservati ed esposti nei musei archeologici di Bari e Taranto.”

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